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La mutazione del corpo da sempre nel DNA del cinema del regista spagnolo, che spessissimo ha raccontato storie di persone a disagio nella propria pelle, quasi si trattasse di un abito decisamente troppo stretto o inadeguato, cos come anche in questa pellicola troviamo uno dei personaggi pi amati da Almodovar, ovvero la madre, che non mai uno stereotipo. Frankenstein si mischia a Prometeo, a Fritz Lang e al thriller anni senza convincere, anzi lasciando a desiderare per quanto si sarebbe potuto fare e non s fatto. Almodovar fluttua nel mondo della chirurgia estetica per ovvie affinit col proprio cinema e col proprio stile, intensificando la ricerca dell scavando fino all in una pellicola postmoderna ambiziosa esteticamente e suggestiva ma incompleta e probabilmente inconcludente, col personaggio di Banderas che il perfetto irrisolto e con Almodovar interessato sempre e solo alle solite cose.

Nel 1988 ottiene la sua prima particina al cinema diretto da John Landis ne Il principe cerca moglie, ma il film che lo rivelerà al pubblico sarà senz’altro Boyz’N the Hood, diretto dal regista ventitreenne John Singleton del 1991. Il film è la storia di tre giovani di colore in uno dei tanti quartieri ghetto di Los Angeles: Cuba sarà l’unico dei tre che riuscirà a uscirne senza finire stritolato dalla violenza. Il successo della pellicola gli permetterà di recitare l’anno successivo in una mega produzione diretta da Rob Reiner: in Codice d’onore sarà uno dei due marines sottoposti a corte marziale accusati dell’omicidio di un commilitone.

Il vero nemico per il ministro dell’Interno sono le braccia aperte di chi accoglie, la cultura umanitaria, il vero acquis comunitario che da Altiero Spinelli in poi ha caratterizzato l’Europa. La chiusura dei Porti alle organizzazioni umanitarie ha un parallelo ben preciso in Ungheria, dove il premier Orban ha varato nei giorni scorsi una legge contro le Ong. Stesso nemico, da Budapest a Roma, nuova capitale dei governi sovranisti e identitari europei..

Così tenera nella sua terrena e sincera verità che racconta, Grand Budapest Hotel è la più agrodolce fotografia della natura umana; raccontata e predicata come altissima e trascendente (che è sì vero, ma mai ne saremo testimoni o consapevoli) ma in sfacciata onestà una bucolica raccolta di volontà sempre terrene e profane. Noi che ci sentiamo dei e ci perdiamo dietro ad un quadro o ad un uomo affascinante come Monsieur Gustave. Ed allora tutto il film si snocciola magistralmente in maniera prima delicata ora frenetica all’insegna di ciò che Candido, nell’omonimo saggio di Voltaire, scoprirà alla fine del suo viaggio: il segreto è curarsi del proprio orticello.

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