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Nel 1957 sposa Jane Wenham alla quale resterà legata fino al 1961.Nel film Sabato sera, domenica mattina, pietra miliare del cinema realista britannico del 1960 interpreta il ruolo di un operaio anticonformista, Arthur Seaton, personaggio che porta sullo schermo con un’incredibile carica nata anche dalle sue origini familiari che lo videro crescere in un ambiente operaio. La pellicole, inoltre, gli valse il premio Bafta come migliore attore emergente. Si afferma così internazionalmente nell’ambito del Free Cinema Inglese della generazione dei nuovi artisti definiti “gli arrabbiati”.Nel 1963 arriva invece la consacrazione ufficiale con il film su Tom Jones di Tony Richardson che gli consegna il successo internazionale anche, e soprattutto, perché la pellicola si aggiudica quattro premi Oscar e la coppa Volpi per miglior attore al Festival di Venezia 1963.Nel 1964 lo vediamo nel cast di La doppia vita di Dan Craig distinguendosi per il ruolo di uno schizofrenico, ancora una volta interpretato in maniera versatile e ricca di sfumature che vanno dal grottesco al drammatico.Subito dopo, nel 1967, recita al fianco di Audrey Hepburn nel film Due per la strada, prima di avventurarsi nell’esperienza della regia nel 1968 con L’errore di vivere.Nel 1974 è nel cast del film Assassinio sull’Orient Express, dove lo vediamo recitare con grandi stelle del cinema quali Lauren Bacall e Ingrid Bergman, aggiudicandosi, tra l’altro, la nomination agli Oscar come miglior attore.Se la versatilità dell’interpretazione è la caratteristica che forse maggiormente identifica il suo stile interpretativo possiamo trovare conferma in personaggi profondamente diversi come Papa Giovanni II, Hercule Poirot e Scrooge, tutti ruoli che ha saputo gestire con grande maestria.Nonostante il grande successo cinematografico Finney prosegue la carriera teatrale, con la National Theatre Company all’Old Vic di Londra, interpretando tanto opere di Shakespeare che di altri autori.

Sessantottino doc, sperimenta con il cinematografo ogni fantasia, rompendo i tabù del grande schermo: protagonisti che si rivolgono direttamente allo spettatore, la cinepresa sempre in spalle e troppo movimentata, inquadrature imperfette, recitazione imprecisa, sceneggiature latitanti se non inesistenti. Evolve così la sua filosofia visiva che, fra gli Anni Ottanta e Novanta, diventerà un collage poetico, fatto di riferimenti, citazioni (soprattutto al venerato Nicholas Ray) e omaggi ai maestri della storia della pittura, della letteratura (principalmente noir francese e statunitense), della poesia e della musica. Lezioni di cinema che verranno ereditate, se posso azzardarmi, da Lars von Trier, da sempre suo seguace e affascinato dalla nozione dell’immagine fine a se stessa.

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