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Un giorno però nella vita della famiglia entra Hesher. Capelli lunghi, tatuaggi artigianali sul petto e sulla schiena, volgarità all’ennesima potenza il giovane si installa in casa manifestando un comportamento dagli eccessi del tutto imprevedibili. Intanto prova un primo sentimento per una cassiera dal lavoro precario ed è in costante ricerca di riscattare l’auto sulla quale è morta la mamma.

Diretto e prodotto da Ortega con il supporto della Fondazione Michael Jackson, il documentario pop del regista californiano è uno sguardo privato sul concerto che avrebbe, ci potete giurare, rivoluzionato l’arte dello stare in scena. Declinando l’approccio biografico, le interviste, gli sballi, le strade percorse o i negozi visitati, l’autore mette ai nastri di partenza una lucida, tirata e micidiale macchina del pop che si chiama(va) Michael Jackson, regalando ai suoi spettatori quello che sarebbe stato l’ultimo tour dell’artista e offrendogli un punto di vista (im)possibile su tutte le prove provate, sofferte, sudate. Non appena Michael entra sulla scena, in giacca in silver e simultaneamente nera, meraviglia del découpage, gli occhi si spalancano e l’anima si desta.

Etty e Tzion vivono felici nella loro piccola comunità a Gerusalemme. I loro figli sono andati via di casa da tempo e le loro esistenze sono riempite dagli amici e dalla sinagoga. Un giorno, durante il bar mitzva del loro nipote, crolla il Balcone delle donne e la sinagoga viene distrutta.

Tutto è pronto per Trento Olimpia Milano, gara 6 di una finale scudetto fin qui bellissima ma con una tendenza chiarissima: vince solo chi gioca in casa. Cinque vittorie casalinghe su cinque si vedono raramente: adesso a Trento non resta altro da fare che puntare al sei su sei per arrivare alla ‘bella’, mentre Milano proverà a piazzare il colpaccio in trasferta proprio al momento decisivo. Abbiamo già illustrato la tendenza di questa finale scudetto: al Forum punteggi altissimi e vittorie di Milano, a Trento difese molto più efficaci e successi della Dolomiti Energia.

Le 500 uscite a (stelle e) strisce dei Vendicatori, in 48 anni, costituivano un bacino sufficientemente vasto da cui attingere in sede di sceneggiatura, da conciliare, però, con la necessità di esibire una continuità con i film recenti. Il copione di Joss Whedon, elaborato in presenza degli attori in nome di una sinergia che per essere credibile sullo schermo andava resa autentica fin dal principio e cioè dalla carta, ha il suo punto di forza nella scelta del super cattivo, Loki, fratellastro di Thor, ma fautore di un efficace effetto a catena. Lo lega, infatti, a Capitan America il possesso del cubo cosmico, mentre il super soldato è legato a sua volta a Hulk dal siero (sperimentato anche da Bruce Banner) e a Ironman dallo scudo, che il film a differenza del fumetto vuole forgiato da Howard Stark, padre di Tony.

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